Un poeta senza volto
Cristina Valenti
La sua faccia non la si conosceva quasi. Nessuna ragazza si innamorava di lui. Nessuno si vestiva come De André. Eppure le sue parole in rima...
Le canzoni di Fabrizio De Andrè hanno rappresentato per molti di noi momenti di presa di coscienza, ci hanno orientato nel labirinto dell'intemperanza giovanile contribuendo a nutrire di consapevolezza quel ribellismo generazionale che negli anni Settanta avrebbe assunto tante facce e tanti colori. Alcune sue canzoni sono diventate vere e proprie bandiere, altre hanno accompagnato riflessioni più intime, momenti di scoperta personale. Non era vero che le nostre poesie scopiazzavano De Andrè, mi trovai a spiegare da adolescente: nelle sue canzoni c'erano cose che già pensavamo, ma che non eravamo mai riusciti a formulare. Confondendo l'entusiasmo dell'adesione con l'ebbrezza della scoperta, in De Andrè trovavamo la lingua per tradurre e finalmente esprimere l'urgenza della nostra presa di posizione sul mondo.
A tutto questo lui si mescolava e si sottraeva. A differenza di quanti si imponevano anche personalmente come immagini forti, De Andrè non trasmetteva altro che atmosfere musicali e parole in rima. Un cantautore che ha accompagnato la ribellione di più di una generazione senza mai porsi come modello, senza mai offrire esempi, spunti, tracce da seguire. Nessuna ragazza se ne innamorava da lontano, come sarebbe stato frequente (o lo era già?) per i divi del rock, della musica leggera o del cinema. La sua faccia non la si conosceva quasi. C'era una foto che era (o almeno sembrava) sempre la stessa nelle copertine dei suoi primi album, una foto di sbieco, il volto quasi indistinguibile dietro un lungo ciuffo di capelli; più tardi i meglio informati avrebbero spiegato che nascondeva un occhio dalla palpebra troppo bassa. Nessuno si è mai vestito al modo di De Andrè né ha impugnato la chitarra come lui, semplicemente perché di lui non c'erano immagini.
Una vera anomalia, se si pensa che i suoi primi trentatré giri vendettero centinaia di migliaia di copie, imponendosi al vertice delle classifiche quando il dominio incontrastato apparteneva ai quarantacinque giri. Fabrizio De Andrè conquistò il mercato (o per meglio dire lo inventò, come è stato notato, perché un mercato della canzone d'autore non esisteva prima di lui in Italia) imponendosi alle persone prima che a un pubblico. Il pubblico sarebbe venuto molto tempo dopo, coi primi (rari) concerti, aggregandosi attorno a quanti già lo conoscevano e si riconoscevano nelle sue canzoni, nel suo mondo poetico, nei suoi bozzetti umani e sociali.
Da Dostoevskij a Brassen
L'anomalia costitutiva della sua carriera artistica è stata quella di una star senza volto, che non era "di moda" eppure manteneva i suoi dischi ai primi posti delle classifiche di vendita anche per diversi anni di seguito. Solo in questi ultimi tempi, da quando è morto, le immagini hanno avuto paradossalmente il sopravvento, rimbalzando da un servizio televisivo all'altro e rischiando di farci dimenticare che la sua vita l'abbiamo sentita vicina in assenza di immagini e di aneddoti.
Di lui si conosceva poco o nulla. Si sapeva della sua attività di chansonnier sulla scena alternativa della Borsa di Arlecchino a Genova, e della sua predilezione randagia per le storie di vita vere, popolate da figure di balordi e di sconfitti: immagini di un esistenzialismo un po' maudit, che potevano sembrare datate in anni in cui la politica stava mettendo al centro l'antagonismo sociale della classe operaia. E d'altro canto i personaggi delle sue canzoni non appartenevano certo a un paesaggio condiviso, accampandosi piuttosto all'orizzonte di una vicenda umana in qualche modo universale, che De Andrè aveva modellato a partire dalle suggestioni dei classici sui quali si era formato, Dostoevskij, Maupassant, Flaubert, Balzac, e ai quali aveva coniugato i temi e le atmosfere di Brassens, Brel, Ferrè.
Nel 1991 Fabrizio De Andrè si è raccontato a Cesare G. Romana, un giornalista amico di vecchia data, e ha accettato che il risultato dei loro colloqui diventasse un libro, Amico fragile.
La formula dell'autobiografia "mediata", del racconto che si ritrae cioè dalla trasmissione in prima persona, ben corrisponde alla strategia del riserbo che il cantante ha rigorosamente applicato alla sua vita personale e artistica.
La storia inizia nel dicembre '79: il prigioniero dell'Hotel Supramonte liberato dai prigionieri della riserva, pastori sardi ovvero Sioux. Il riaffacciarsi al mondo e il poter ricordare di nuovo, dopo mesi in cui era stato troppo doloroso farlo. Il cammino dell'uomo bianco verso la libertà ripercorre il passato per sfumarlo nella lontananza, deludendo immancabilmente la promessa del racconto. De Andrè inganna con generosa condiscendenza l'intervistatore: la storia di vita si snoda per tappe significative e figure indelebili: la guerra, il padre partigiano, Genova, la vita "zingara" della fanciullezza, gli studi, la scoperta del sesso, i compagni di strada, le donne e gli uomini dei "carrugi", poi la musica, gli amici cantautori, il lavoro dell'artista e quindi la produzione discografica, i pochi concerti, fino al mestiere di agricoltore. Tratteggia figure di irregolari, compagni di strada a volte maledetti a volte semplicemente marginali, amori mercenari e ambigui, mascalzonate fra il goliardico e il picaresco. Ci presenta personaggi che non potremo dimenticare per tutto quello che non ci viene raccontato e che vorremmo invece sapere: il poeta cieco che muore suicida come i personaggi della Ballata degli impiccati di cui è coautore, l'amico Spugna che muore di cirrosi, le battone delle prime esperienze amorose, da preferire per generosità e umanità alle ragazze della sua classe sociale. Ma sono ritratti appena evocati, che sembrano rivelare risvolti intimi e segreti, fermandosi in effetti sulla soglia della vita reale, dei dolori e dei sentimenti. Niente di avvicinabile alle figure scolpite a tutto tondo delle sue canzoni: il suonatore Jones, il Pescatore, il soldato Piero, il carcerato Miché, il Malato di cuore, il Giudice, il Matto, Bocca di Rosa, Marinella, la fanciulla che conosce l'amore e l'inganno nella Leggenda di Natale, le puttane di Via del Campo, Jamin-a, Franziska, il servo pastore, l'amico fragile...
Il racconto è ben lontano dallo svelare l'autore delle canzoni; piuttosto, sono proprio le canzoni a gettare bagliori su una vicenda personale che, mentre si mette nella condizione di svelarsi, resta ancor più segreta. E' da poeta che De Andrè ha saputo gettare lo sguardo più fiero, sdegnato e raggelante sulle cose che ha deciso di raccontare: sul conformismo, sulla piaggeria, sul potere, sulla corruzione, sulla violenza di un mondo che tuttavia non ha mai cessato di dipingere con poesia, per proiettarlo al di là dei "litri e litri di corallo" che lo separavano dalla sua Utopia.
C'è un passaggio che resta segreto, e che corrisponde al mistero del processo creativo: la strettoia attraverso la quale passano le esperienze, le letture, le tecniche, le frequentazioni, gli appunti, i fermenti di rabbia, ispirazione, desiderio, per farsi opera, composizione musicale, poesia. Sono condizioni a lungo preparate e poi accese e bruciate, come una candela che ardendo si consuma, ma trasforma la concretezza della materia nella consistenza lieve dell'arte. A volte il racconto ci porta appena vicino a questa soglia misteriosa: quando muore Tenco, e De Andrè compone in una notte Amico fragile; il periodo passato a comporre con De Gregori in una condizione di particolare fervore produttivo; l'alternarsi di momenti di concentrazione e altri di espansione creativa: i mesi passati solo a lavorare i campi, a leggere nei giornali le notizie del mondo, senza pensare alla musica, e quindi il momento in cui la scrittura si fa necessaria e improrogabile. Ma di tutto questo non ci sono che brevi passaggi del racconto, quasi sviste, fra un episodio e l'altro, nell'intenzione di trasmettere piuttosto i fatti, ritenuti - come si sa - "più interessanti".
Dove nascono i fiori
Esplicito fino a parer didascalico lo è invece nel dichiarare il suo serbatoio di idee, l'universo degli autori che l'hanno ispirato, dai grandi classici della letteratura ai padri dell'anarchismo. Molte citazioni, seppure esposte senza pretesa di organicità (uno stile di pensiero che ha fatto proprio, dopo che l'accusa di non essere "organico" gli fu rivolta ai tempi del liceo). Addentrandosi nei modi del processo creativo lascia in ombra le questioni tecniche, per affermare piuttosto che ciò di cui non può fare a meno per comporre sono le "idee forti", attorno alle quali si costruisce ogni suo disco. I suoi dischi li definisce "concept album" in quanto "mantengono le singole canzoni del tutto indipendenti l'una dall'altra, ma le fanno ruotare attorno a [...] un concetto di base, da sviscerare via via, da un brano all'altro".
Dice a proposito di Nuvole: -"Ho cercato di narrare aspetti e protagonisti delle due realtà, il potere e il popolo, evitando di raccontare me stesso e cioè trasformandomi in interprete che sostiene dei ruoli, dò voce a personaggi diversi. E questa è la novità di questo album che tuttavia è venuto fuori più duro e teso, io credo, degli altri, e che ho vissuto, anche nel cantarlo, con un'emozione e magari un'angoscia diverse". Con straordinaria lungimiranza parla della sua rabbia "per questo mondo senza più rabbia", che "si prepara a essere governato da un'unica potenza mondiale" e nel quale "la politica si è impadronita di qualsiasi espressione umana". E si rammarica del fatto che lui e tutti gli artisti avrebbero "dovuto stimolarla di più, questa protesta". Forse risiede qui la ragione vera della ritrosia di De Andrè, che ha tenuto in ombra il proprio volto per farsi tramite di altre storie, per far parlare attraverso di sé la protesta dei suoi personaggi, il suo mondo di esclusi e di reietti, ma anche di eroi senza speranza, portatori di sentimenti semplici e spesso eccessivi, di una bellezza imprevedibile e fragile, come quella scovata in mezzo al "letame" da cui "nascono i fiori". Le denunce vibrate, la rabbia e l'indignazione, ma anche i sentimenti di calda e dolorosa partecipazione, De Andrè ha saputo fonderli in personaggi, storie e situazioni, drammatizzandoli, se così si può dire, e per questo esponendoli in maniera mai sentenziosa né retorica, ma rivelandoli sull'onda e dall'interno di un'esperienza.
A proposito della sua vocazione di artista, delle ragioni prime che l'hanno fatto cantautore impegnato, dice: "Ebbi abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l'ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l'illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo"; poi la disillusione: "la seconda [l'illusione] si è sbriciolata presto, la prima [l'ansia di giustizia] rimane". Ed quest'ansia ad accomunare quelli che ha definito i "santi senza Dio" dell'anarchismo: Errico Malatesta in primo luogo.
Dove le utopie si fanno realtà
IIn un altro luogo, sempre a proposito della sua prima vocazione, Fabrizio De Andrè scrive: "Ma la musica fu anche una necessità. In casa mia tutti si esprimevano in modo non truccato, in assoluta coerenza con le scelte di ciascuno: l'avvocatura, il management, la politica, l'insegnamento. Io non ero capace di esprimermi a quei livelli, con quel misto di vocazione genuina e, si dice oggi, di professionalità. E così scelsi la prestidigitazione [...]. E allora scoprii che, se prendevo la chitarra, la suonavo meglio di tutti, e stupivo gli altri più che con un tema in classe. Ed ero esonerato dai loro cerimoniali, perché a un musicista nessuno rimprovera di essere un tipo ruvido, chiuso in se stesso, o di mangiare con le mani. A un avvocato o a un insegnante, sì".
La musica come necessità di espressione autentica, non truccata, e l'arte come luogo in cui è possibile trasformare la realtà [acquisita l'arte della "prestidigitazione"] e darsi regole proprie, costruendo un universo alternativo.
Interrompendo il racconto indiretto, De Andrè ha scritto in prima persona il suo Epilogo all'Amico fragile: "Aspetterò domani e magari cent'anni ancora finché la signora Libertà e la signorina Anarchia verranno considerate dalla maggioranza dei miei simili come la migliore forma possibile di convivenza civile, non dimenticando che in Europa, ancora verso la metà del Settecento, le istituzioni repubblicane erano considerate utopie. E ricordandomi con orgoglio e rammarico la felice e così breve esperienza libertaria di Kronstadt, un episodio di fratellanza e di egualitarismo repentinamente preso a cannonate dal signor Trotzkij".
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Santi senza dio

Nella foto
l'anarchico Errico Malatesta (1853 - 1932)
durante uno sciopero della fame
nel carcere milanese di San Vittore, nel 1922.
""Qualche mio collega sostiene che io sia un falso proletario. Proletario io? Né falso, né vero. A parte che spesso mi sono trovato in bolletta, perché non c'è gusto migliore che spendere i propri soldi, per bagordare e viaggiare con gli amici.
E d'altronde quella di proletario è pur sempre un'etichetta, sicché la rifiuterei in ogni caso, come tutte le etichette che via via hanno provato ad appiccicarmi addosso - di comunista, di democristiano, di socialista, di borghese, perfino di fascista.
Se sono, "più modestamente", un anarchico è perché l'anarchia, prima ancora che un'appartenenza, è un modo di essere. Lo ero, del resto, fin da bambino, quando preferivo giocare a biglie e, in anticipo sul mio mestiere futuro, inventare parolacce, per strada, con una banda di compagni, piuttosto che stare in casa a fare il signorino di buona famiglia - quale comunque ero, e quale sono rimasto per tanto tempo, vivendo sulla mia pelle la drammatica schizofrenia di chi abita contemporaneamente da entrambi i lati della barricata.
Fu grazie a Brassens che scoprii di essere un anarchico. Furono i suoi personaggi miserandi e marginali a suscitarmi la voglia di saperne di più.
Cominciai a leggere Bakunin, poi da Malatesta imparai che gli anarchici sono dei santi senza Dio, dei miserabili che aiutano chi è più miserabile di loro. Santi senza Dio: partendo da questa scoperta ho potuto permettermi il lusso di parlare anche di Gesù Cristo, prima in Si chiamava Gesù, poi in La buona novella, e oggi mi viene il dubbio che anche lui non fosse che un anarchico convinto di essere Dio; o, forse, questa convinzione gliel'hanno attribuita altri.
Intanto, da Bakunin ero passato a Stirner, e da una visione collettivista ne scoprii una più individualista: dopo tutto ci vuole troppo tempo a trovare gente con la quale vivere le mie idee e così me le vivo da solo. Con una sola regola da osservare, e la osservo proprio perché nessuno me l'ha imposta: anarchico non è un catechismo o un decalogo, tanto meno un dogma, è uno stato d'animo, una categoria dello spirito. E perciò scandalizzatevi pure, se tante volte ho cantato alle feste dell'Unità, ma di rado sono andato in televisione, se firmo contratti discografici che d'altronde non rispetto, e se ho perfino votato per la DC: tra i suoi candidati, in Sardegna, c'era un mio amico, una persona capace, quindi un pessimo politico. Che infatti non fu eletto.
"De Andrè, il suo tema non è organico", mi diceva sempre, al liceo, il mio insegnante d'italiano. Allora ho cercato di essere organico da adulto, nella coerenza di una ribellione che passa anche attraverso le proprie viltà e le proprie contraddizioni. Senza le quali, ecco l'organicità, un uomo non è un uomo, ma un burocrate, o una macchina, o un cinghiale laureato in fisica"."
(Da Amico fragile. Fabrizio De Andrè si racconta a Cesare G. Romana,
Milano, Sperling & Kupfer Editori, 1991, pp. 60-61). |
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rivista anarchica
anno 29 n.252
marzo 1999
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